Coronavirus, per salvare le aziende dalla crisi i prestiti non bastano. Servono strumenti finanziari partecipativi
Le imprese per essere aiutate necessitano di una iniezione di liquidità, che non può provenire solo dal ricorso al debito ma anche da finanziamenti in equity. Si può fare trasformando i finanziamenti a debito del Decreto Liquidità in strumenti finanziari partecipativi
di MARCO FIORENTINO
Dopo l’emanazione del Decreto Liquidità pare che il Governo abbia finalmente deciso di cambiare il proprio approccio per aiutare le aziende, passando dal debito ad altre forme più vicine a finanziamenti senza restituzione.
È però auspicabile che questa nuova linea di pensiero – peraltro più volte consigliata, seppur con sfumature differenti, anche da Banca d’Italia in una relazione pubblicata qualche tempo fa e più recentemente da Assonime (Associazione delle società italiane per azioni) con il documento 8/2020 – si traduca in norme di legge chiare e soprattutto efficaci sin da subito.
Per aiutare effettivamente il mondo delle imprese, bisogna allinearsi al modo di pensare degli imprenditori in questo momento, basato su priorità precise e obiettivi concreti: avere la liquidità necessaria per produrre beni e servizi, coprire i costi fissi e finanziare il tempo necessario per l’incasso dei crediti. Tuttavia (e per fortuna lo si è compreso), data la variegata articolazione finanziaria delle loro attività, questi obiettivi non si raggiungono con provvedimenti indirizzati solo sul debito. Questo da solo non è idoneo per aiutare aziende in crisi di liquidità, di fatturato, di mercato, perché prima o poi il debito bisogna restituirlo e la mancanza di flussi di cassa potrebbe rendere questa operazione impossibile.
La liquidità quindi non deve provenire solo da debito, ma deve derivare anche (e forse soprattutto) da forme di apporto a titolo di equity o “paraequity”, così da contribuire al riequilibrio finanziario complessivo dell’impresa, compromesso proprio dalla pandemia. Inoltre i finanziamenti devono essere di importo tale da assicurare un naturale passaggio dalla fase emergenziale a quella del ritorno alla normalità.
Ciò premesso, per generare equity, è necessario che i finanziamenti bancari alle imprese con garanzie SACE e Fondo PMI ex Decreto Liquidità art. 1 e 13 (almeno in parte) possano essere trasformati in strumenti finanziari partecipativi (SFP), da cedere ad una o più società veicolo pubbliche (magari una per ogni filiera produttiva) sotto l’egida della Cassa Depositi e Prestiti.
Tale operazione darebbe alle imprese una flessibilità finanziaria di gran lunga maggiore rispetto al mero debito, in quanto esse potrebbero rimborsare tali SFP in più modalità: dividendi, apporti dei soci, ingresso nel capitale di altri investitori, riacquisto diretto, il tutto in un arco temporale più lungo, che potrebbe essere decennale.
Lo Stato dal suo canto invece, grazie a questa iniezione di equity e dinanzi a un ragionevole recupero di valore delle imprese finanziate, potrebbe averne anche un profitto, cedendo (in tutto o in parte) le società veicolo a grandi investitori istituzionali e destinando il controvalore (con le eventuali plusvalenze) al rimborso anticipato dei titoli pubblici emessi per finanziare gli SFP.
Insomma, così strutturato, il desiderato versamento a fondo perduto potrebbe funzionare e avere significativi effetti positivi:
- miglioramento della Posizione Finanziaria Netta (PFN) delle imprese e quindi del loro valore e della loro competitività;
- cancellazione dai bilanci delle Banche dei crediti erogati ex Covid, con conseguente liberazione di plafond per ulteriori interventi finanziari e annullamento rischi NPL;
- decisione sulle modalità di estinzione degli SFP nelle mani dell’imprenditore (aspetto psicologico essenziale).
Certamente, ci sono altri aspetti di processo che andranno regolati, quali l’esclusione del diritto di voto per i possessori di SFP, la loro trasferibilità a terzi, i costi accessori e così via, ma sono aspetti che non cambieranno la sostanza.
Ovviamente, data la particolarità dell’istituto, esso non appare spendibile per le “microimprese” o per importi bassi, e in tal caso la soluzione migliore rimane la trasformazione del finanziamento bancario, previo accollo da parte dello Stato, in un contributo a fondo perduto che, dovrebbe avere, quanto meno, queste caratteristiche:
- detassazione ai fini IRES/IRPEF – IRAP;
- utilizzo solo per coprire perdite e non per distribuire utili o aumentare il capitale sociale.
Questo programma non è completo ma deve essere accompagnato contestualmente da provvedimenti in campo fiscale per l’emergenza e per la ripartenza quali, ad esempio:
- esenzione IVA e credito d’imposta per le spese per la riapertura (attrezzature – opere murarie – formazione – consulenze tecniche – ecc.);
- sterilizzazione del meccanismo di calcolo della deduzione degli interessi passivi e del regime delle società di comodo per il 2020 e 2021;
- deduzione fiscale degli accantonamenti per perdite su crediti raddoppiata e di una percentuale delle spese generali e fisse sino al 31.12.2020;
- rafforzamento significativo dell’ACE per favorire apporti di capitale degli imprenditori;
- esenzioni da IRES e IRAP di 5 anni per i nuovi insediamenti industriali o per ricollocazione in Italia di stabilimenti esteri;
- Credito d’imposta per nuovi investimenti.
Al fine di velocizzare l’immissione di finanza di debito ex COVID19 che comunque rimarrà operativa, occorre prevedere, infine – andando così incontro anche alle istanze delle Banche – una istruttoria basata solo su autocertificazioni e la manleva da responsabilità civili e penali per chi eroga per conto dello Stato. L’idea del ricorso agli strumenti finanziari partecipativi è solo una tra quelle possibili ovviamente. Non basta avere idee, però, occorre avere la forza per realizzarle.